venerdì, 23 ottobre 2009
Domenica 25 ottobre 2009, ore 21, Spazio Mil, Via Granelli 1, Milano

Lodi Città Film Festival
ROCKABECKETT
rapide e lente amnesie tre
due “pezzi”, un prologo e un anti-prologo di Samuel Beckett
con Luciano Pagetti, le voci di Giulia Lazzarini e Gabriele Frasca e la partecipazione in video di Andrea Camilleri. Regia, scene e luci Fabio Francione; consulente letterario Federico Platania (www.samuelbeckett.it); meccanico del suono e registrazioni Enrico Balconi; riprese video Gabriele e Piero Spila; tecnico luci Peter Bassi
 
RockaBeckett è un’inquadratura fissa sul mondo delle "penultime cose" di Samuel Beckett, oggetto di incessanti riflessioni da parte del drammaturgo irlandese fino all’estremo scritto poetico Qual è la parola (qui parlato da Gabriele Frasca, poeta e traduttore); la presenza poi di Andrea Camilleri e di Giulia Lazzarini, oltre all'originalità della produzione consentono di non dimenticare la grande tradizione del teatro beckettiano realizzato in Italia. Camilleri fu il primo a mettere in scena Finale di partita (a lui il compito d’aprire con l’orazione di Hamm “Uno! Silenzio!”), mentre tutti ricordano i Giorni Felici strehleriani con la Lazzarini superba Winnie. Luciano Pagetti per il volto e il fisico ricorda Klaus Herm protagonista di Eh Joe! con Billie Whitelaw sul finire degli anni ottanta (la Lazzarini racconta di aver visto proprio a Londra una versione teatrale dell'opera). La regia seguirà scrupolosamente e con rigore le indicazioni dei testi; anche Dì Joe avrà la stessa scansione temporale della pièce televisiva con le luci a disegnare il movimento in avanti della telecamera come fosse un obiettivo dal vivo e non registrato. (note di regia) Fabio Francione
 
Durata: 65’
 
Prologo
 
“Uno! Silenzio!” da Finale di partita di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
 
L’orazione di Hamm, estrapolata da “Finale di partita”, è recitata appositamente per RockaBeckett da Andrea Camilleri, nella traduzione classica di Carlo Fruttero, che gli servì per la prima messa scena italiana della pièce nel 1958. la ripresa video è stata realizzata nella casa dello scrittore siciliano agli inizi del mese di ottobre 2009.
 
Pezzo I
 
Dì Joe di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
 
Joe Luciano Pagetti
Voce Giulia Lazzarini
 
Pièce nata per la televisione nel 1966 e nel corso degli anni, fino al 1989, ripresa dal suo autore “Di Joe”, tenendo a mente le scrupolose indicazioni di Beckett trova qui la sua dimensione teatrale fatta di ombre, luci, presenze e assenza. La presenza si afferma con l’immobilità muta di Joe, l’attore Luciano Pagetti che per intensità di sguardi e fissità di gesti ricorda la performance del grande attore beckettiano Klaus Herm (Joe fu interpretato anche Jack McGowran e Deryk Mendel). La voce registrata, coscienza contraddittoria di Joe, è interpretata da Giulai Lazzarini, una delle più grandi attrici italiane, già indimenticabile protagonista della Winnie strehleriana di “Giorni felici” che qui si confronta con altre fantastiche attrici come Billie Whitelaw, Nancy Illig e Sian Phillips. A distanza di molti anni, la Lazzarini, dunque, torna ad interpretare un personaggio di Samuel Beckett.
 
Anti-prologo
 
Qual è la parola di Samuel Beckett
traduzione Gabriele Frasca
 
voce registrata Gabriele Frasca
 
Il poeta e traduttore Gabriele Frasca interpreta “Qual è la parola”, ultima poesia scritta da Samuel Beckett tenendo a mente tutti gli “amori” del drammaturgo iralandese: dallo slapstick verbale all’afasia linguistica. La performance è stata registrata nel 2006.
 
Pezzo II
 
Un pezzo di monologo di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero e Franco Lucentini
 
Parlatore Luciano Pagetti
Summa teorica del mondo delle cosiddette penultime cose di Samuel Beckett, “Un pezzo di monologue fu scritto su commissione e per l’attore David Warrilow che diede saggio di tutta la sua capacità interpretativa in un “pezzo” di inusitata difficoltà. La luce. Anzi, le luci. Due. Una diffusa ma debolissima illumina un uomo in camicia da notte. Tutto bianco: la sua veste da camera, i capelli, i calzini. Bianco anche il piede del letto che si intravede nella penombra. La seconda luce è quella della lampada a stelo, globo bianco delle dimensioni di un teschio. Entrambe sono accese fin dall'inizio, ma si spegneranno in modo differito alla fine. Indica Beckett nelle note di regia: "Trenta secondi prima della fine del parlato, la lampada comincia a spegnersi. Lampada spenta. Silenzio. Parlatore, globo, piede del letto appena visibili nella luce diffusa. Dieci secondi. Sipario".

Programma di sala

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venerdì, 16 ottobre 2009

Il Premio Adda d'Oro - Concorso Opera Prima Italia
è stato assegnato al film di Federico Rizzo
Fuga dal Call Center




La motivazione del premio puoi leggerla sul website del festival

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sabato, 10 ottobre 2009
Sabato 10

ore 10,00 Rappresentare Verga, d'Annunzio, Svevo, Pirandello: un'idea di teatro televisivo 2
Cavalleria rusticana di Giovanni Verga (Italia 1967, 37') regia Ottavio Spadaro
La fiaccola sotto il moggio di Gabriele d'Annunzio (Italia 1965, 115') regia Giorgio De Lullo

ore 14,30 La visione negata. Il cinema di Michael Haneke  
71 fragmente einer chronologie des zufalls (71 frammenti di una cronologia del caso, Austria 1994, 96')
regia Michael Haneke

ore 16,30 Contemporanea. Il cinema europeo del presente
Home (Home Svizzera/Francia/Belgio 2008, 97’) regia Ursula Meier

ore 18,30 Contemporanea. Concorso Opera Prima Italia
Tre lire primo giorno (Italia 2009, 90’) regia Andrea Pellizzer

a seguire conversazione con il regista Andrea Pellizzer e l'attore protagonista  Fabrizio Veronese

ore 21,00 Contemporanea. Concorso Opera Prima Italia
Il piede di Dio (Italia 2009, 106’) regia Luigi Sardiello

a seguire conversazione con il regista Luigi Sardiello

ore 23,30  La visione negata. Il cinema di Michael Haneke  
Benny's Video (Benny's Video, Austria/Svizzera 1992, 95') regia Michael Haneke

Domenica 11

ore 10,00 Rappresentare Verga, d'Annunzio, Svevo, Pirandello: un'idea di teatro televisivo 2
Omaggio a Tullio Kezich
Un marito di Italo Svevo (Italia 1985, 110') regia Gianfranco De Bosio
 Italo Svevo genero letterario di Tullio Kezich (Italia 2009, 60’) regia Francesco Macedonio

ore 13,30 Zavattini. Vent'anni dopo (1999 - 2009)
Darò un milione (Italia 1935, 76' ) regia Mario Camerini
I bambini ci guardano (Italia 1943, 80') regia Vittorio De Sica
Cesare Zavattini (Italia 2003, 67') regia Carlo Lizzani

ore 16,30 Contemporanea. Il cinema europeo del presente
Volke 9 (Settimo cielo, Germania 2008, 98') regia Andrea Dresen

ore 18,30 Contemporanea. Concorso Opera Prima Italia
Fuga dal Call Center (Italia 2008, 95') regia Federico Rizzo

a seguire conversazione con il regista Federico Rizzo

Consegna del Premio Adda d'Oro - Concorso Opera Prima Italia

ore 21,00 Film a sorpresa
Contemporanea. Il cinema europeo del presente
Le ombre rosse (Italia 2009, 91') regia Francesco Maselli

a seguire conversazione con il regista Francesco Maselli e l'attrice protagonista del film Valentina Carnelutti

ore 23,30 Film di chiusura
Contemporanea. Il cinema europeo del presente
La fisica dell'acqua (Italia 2009, 76') regia Felice Farina



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venerdì, 09 ottobre 2009
La mattina, alle ore 10,  si apre con il terzo e ultimo appuntamento con l'indagine sul "neorealismo al tempo del digitale" con il docu-film di Citto Maselli, "Civico 0". Tra l'altro il regista romano presenterà domenica sera alle ore 21 per il film a sorpresa "Le ombre rosse", film passato fuori concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Con "Civico 0" Maselli suggestionato da una lettura sulle marginalità metropolitane riesce a raccogliere tre storie che rappresentano (grazie anche alla bravura degli attori tra i quali un'inedita Ornella Muti e al solito in forma Massimo Ranieri) come mai altro situazioni e disagi della nostra contraddittoria contemporaneità. Il pomeriggio è inaugurato, alle ore 14,30,  dall'unica regia del grande direttore della fotografia Luciano Tovoli:"Il generale dell'armata morta" con Marcello Mastroianni, tratto dall'omonimo romanzo Longanesi dello scrittore albanese Ismail Kadarè. Storia dai toni buzzatiani - Tovoli fotografò il zurliniano "Deserto dei tartari" - con un generale dell'esercito italiano impegnato a riportare a casa i cadaveri dei soldati italiani caduti in Grecia e Albania. Sembra un caso, ma non lo è. Infatti Buzzati a lungo fu ritenuto un epigono di Kafka, come considerare allora Haneke che dell'immaginifico scrittore praghese ha ridotto l'incompiuto Das Schloss (Il castello)? Domande alle quali sono la risposta della visione del film alle 18,30 in versione originale, proveniente dall'Austria e sottotitolata per il festival, può dare. Tutto il pomeriggio però sarà contrassegnato dalla presenza di Umberto Lenzi, regista toscano inventore di generi che fecero la fortuna del cinema italiano degli anni settanta, amatissimo da cineasti del calibro di Quentin Tarantino (il suo ultimo capolavoro "Bastardi senza gloria" ha più di un debito con "La legione dei dannati"), Joe Dante. Per il festival, Lenzi che si propone anche nella veste di romanziere - sui suoi libri si parla diffusamente nell'articolo di Fabio Francione - ha allestito un'autoantologia di tre film: due di guerra, "Attentato ai tre grandi" (ore 16,30) e "Il grande attacco" (ore 21) e al termine della conversazione intorno alle 23,30 il "thriller epocale" - come da più parti definito "Orgasmo" del 1969.

Venerdì 9

ore 10,00 Il neorealismo al tempo del digitale: De Seta, Maselli, Scaparro
Civico "O" (Italia 2007, 80') regia Francesco Maselli

ore 14,30 Prestati alla regia
Il generale dell’armata morta (Italia/Francia 1983, 105’) regia Luciano Tovoli

ore 16,30 Umberto Lenzi cineasta e romanziere
Attentato ai tre grandi (Italia 1967, 96’) regia Umberto Lenzi

ore 18,30 La visione negata. Il cinema di Michael Haneke  
Das Schloss (Il castello, Austria 1997, 131') regia Michael Haneke

ore 21,00 Umberto Lenzi cineasta e romanziere
Il grande attacco (Italia 1978, 100’) regia Umberto Lenzi

a seguire conversazione con il regista e romanziere Umberto Lenzi

ore 23,30  Umberto Lenzi cineasta e romanziere
Orgasmo (Italia 1969, 91’) regia Umberto Lenzi

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SPECIALE UMBERTO LENZI

Il regista questa sera alle Vigne ospite del Lodi città film festival che gli dedica la giornata con tre proiezioni
Omaggio a Lenzi, “maestro” di Tarantino
«Non torno sul set: ormai esiste solo la fiction, che è una parodia del cinema»

«Ormai è tutta fiction. E la fiction è la parodia del cinema di genere». Per questo Umberto Lenzi, uno dei padri spirituali di Quentin Tarantino e regista di film cult come Milano odia: la polizia non può sparare, Orgasmo o Napoli violenta, nonché creatore della famosa maschera de “er Monnezza” portata sul grande schermo da Tomas Milian, da qualche anno ha abbandonato la macchina da presa preferendo dedicarsi alla scrittura. «Al momento non ho intenzione di tornare sul set - annuncia -. Non sono come Monicelli: alla mia età, e adesso sono 77 anni, non me la sento più di andare ad ammazzarmi per fare un film. Preferisco girare l’Italia a presentare i miei libri. Mi diverto così». Il viaggio lo porterà questa sera al Lodi Film Festival, al termine di una giornata che la kermesse cittadina dedicherà per buona parte dedicata alle sue pellicole (tre in programma: alle 16.30 Attentato ai tre grandi, alle 21 Il grande attacco e alle 23.30 Orgasmo). Operazione complessa scegliere nella sterminata filmografia di Lenzi: si contano più di 60 titoli, che nel corso degli anni hanno abbracciato i generi più variegati, privilegiando i filoni legati al giallo (o psico-thriller, come lo definisce), al poliziesco e all’horror. «Ma forse sarebbe stato meglio se avessi girato venti film in meno e avessi guadagnato di più - racconta Lenzi al telefono -. Vengo da una famiglia povera: ho accettato tutti i lavori che mi davano, senza poter scegliere. Ma ho lavorato sempre con grande passione: anzi, mi stupiva che mi pagassero pure per girare un film. Non ho rimpianti: non sono mai stato dimenticato e anche i giovani stanno scoprendo la mia opera. I dvd dei miei film vanno a ruba. Su Facebook ho 1.200 fans». In questo clima di meritatissima rivalutazione molto ha giocato anche l’incontro con Quentin Tarantino, il regista americano che non ha mai nascosto di considerare Lenzi uno dei suoi maestri. «L’ho rivisto pochi giorni fa a Roma per la prima italiana del suo Bastardi senza gloria. Dopo aver presentato il film, è sceso in platea ad abbracciarmi. Tarantino ha studiato molto la mia opera e mi ha citato in alcuni suoi lavori: anche nella sua ultima produzione c’è qualche accenno a un mio film, La legione dei dannati. Come è rimasto impressionato dai miei film d’azione, allo stesso modo sarà rimasto colpito dai miei film di guerra». Ora Lenzi è anche scrittore: nel 2008 è uscito il primo romanzo, Delitti a Cinecittà, seguito quest’anno da Terrore ad Harlem. «Non mi sono improvvisato scrittore, visto che ho sempre scritto i soggetti e le sceneggiature dei miei film. I miei libri rientrano nel genere del giallo, ma con essi mi propongo di raccontare anche una storia minima d’Italia tra il 1940 e il 1945 e allo stesso tempo la storia del cinema dei “telefoni bianchi”. Così ho creato un investigatore privato, Bruno Astolfi, un personaggio di fantasia che opera però nel contesto reale della Cinecittà di quegli anni. Astolfi è un toscano verace, libertario, antifascista, pieno di donne e di debiti. Interagisce con persone reali, con gli attori dell’epoca». Nell’ultimo romanzo (al quale presto seguirà Morte al cinevillaggio, ambientato durante la Repubblica di Salò), la vicenda si svolge nel 1943, annus horribilis per l’Italia, sullo sfondo delle riprese di Harlem, kolossal di Carmine Gallone di stampo propagandistico e pugilistico ambientato a New Yotk. «Fu un film che, quarant’anni prima, anticipò le grandi pellicole sul pugilato come Toro scatenato e Rocky. In quella pellicola comparivano anche centinaia di “negri”, come si diceva allora, difficilmente trovabili nell’Italia dell’epoca. Sono stato io a scoprire che queste comparse erano prigionieri di guerra temporaneamente sottratti al loro vicino campo di detenzione». Fabio Ravera, Il Cittadino 9 ottobre 2009

Il ritratto. Un incrocio di generi, tra film e letteratura

Probabilmente, un gradino sotto Mario Bava e Riccardo Freda e in anarchica compagnia generazionale (Lucio Fulci, Antonio Margheriti, Aristide Massacesi, tutti nati tra la fine degli anni Venti e la metà del decennio successivo), Umberto Lenzi è tra i registi nominati quello che ha saputo meglio interpretare i mutamenti di gusto della società e dei costumi del suo tempo. Insomma, anche per Lenzi può valere il giudizio di Sidney Gottlieb dato al cinema di Alfred Hitchcock e di come l’intero percorso filmografico del maestro del brivido sia stato condotto all’insegna dell’emozione, senza mai dimenticare la funzione catalizzatrice del pubblico verso il prodotto. Infatti, Hitchcock fu tra i primi a comprendere che il cinema può essere anche arte, senza dimenticare il suo più logico indirizzo: lo spettatore. Di certo c’è da aggiungere, per non far apparire imbarazzante il richiamo al grande regista inglese, che Lenzi nella sua filmografia così ricca di titoli e altrettanto eclettica nei generi (giallo all’italiana, poliziotteschi, fantascienza “italian style”, catastrofici autarchici, horror, avventurosi e “mostruosi” mediterranei, comico farsesco e brillante) non è mai scivolato nelle zone basse per l’appunto di quei sottofiloni cinematografici che proprio alcuni dei suoi film avevano contribuito a generare, conservando sempre, anche nelle difficoltà produttive, una dignità artigianale e professionale che nel corso degli anni gli ha fatto contare una nutrita schiera di ammiratori, equamente divisi tra fan sfegatati (come la rivista «Nocturno»), cineasti come Quentin Tarantino e Joe Dante e direttori di festival raffinati come Marco Muller. Proprio la rivalutazione critica dei suoi film, passata qualche anno fa per la prestigiosa retrospettiva “The Italian Kings of B’s” curata da Marco Giusti per il Festival del Cinema di Venezia, il successo delle edizioni in dvd, i tanti inviti e partecipazioni a rassegne e a omaggi in tutta Italia, hanno dato al regista la giusta spinta a rivelare anche la passione per la letturatura e la scrittura. Neanche a farlo apposta affidata a una rigorosa e coerente fedeltà al “genere giallo” che al cinema gli diede non poca notorietà. Così nel 2008 ha pubblicato per Coniglio Editore (ma la ristampa è Mondadori), dopo venticinque anni nel cassetto, un primo romanzo, Delitti a Cinecittà, subito doppiato da Terrore ad Harlem (ancora Coniglio, pp. 206, euro 12) e che verrà seguito da una terza uscita. In questa successione s’evidenzia un progetto di trilogia “gialla” e infatti il protagonista dei romanzi di Lenzi è sempre lo stesso: Bruno Astolfi, ex commissario di polizia radiato per sospetto antifascismo e investigatore privato specializzato nel frequentare e risolvere casi “cinematografici”. E al pari della location è la scansione temporale dei singoli episodi narrati nei romanzi a suscitare non poco interesse: gli ultimi tragici anni dell’Italia fascista. I romanzi possono essere letti anche come un’antologia di “vita quotidiana al tempo di…”. Infatti, se Delitti a Cinecittà aveva come risoluzione dell’indagine il set della Corona di ferro di Blasetti, perciò si era agli inizi degli anni quaranta, in Terrore ad Harlem, l’azione è balzata in avanti al 1943, anno funesto e terribile per l’Italia, e il set è quello della pellicola di Carmine Gallone Harlem.

Fabio Francione, Il Cittadino 9 ottobre 2009

Er Monnezza finisce in Cineteca

I «TRUCIDI» del cinema che un tempo si chiamava di «serie B» finiscono in cineteca. Umberto Lenzi, classe 1931, uno dei maestri del cinema di genere, decine di titoli alle spalle fra «poliziotteschi» con Tomas Milian e horror, conosce una seconda consacrazione. Snobbato, come i suoi colleghi, per anni, dalla critica con il naso arricciato, finisce nel pantheon dei festival. Le rassegne paludate gli aprono le porte, lo consacrano regista di culto. E lui, accolto nell’empireo dell’immaginario di Quentin Tarantino, fra citazioni e memorie di nudi del filone giallo-sexy, si concede ai festival, ma snobba la macchina da presa. Si dà alla letteratura. «Non inseguo mai cause perse», afferma sornione il regista, che sarà oggi a Lodi per accompagnare la proiezione di tre delle sue pellicole al Film Festival, undicesima rassegna cinematografica della città della Bassa lombarda. «Umberto Lenzi, cineasta e romanziere», recita il titolo della retrospettiva. Che è l’occasione per vedere tre preziosi ritagli del repertorio del regista, arcinoto al pubblico per titoli come «Milano odia», «Napoli violenta» e «Il trucido e lo sbirro», che consacrò Milian nei panni del mitico Er Monnezza. E Lenzi si gode la riabilitazione, ma non ne fa un caso. La accoglie con «piacere», ma la trasforma in un’occasione per parlare delle nuove cose, i suoi libri. Ha appena scritto «Terrore ad Harlem», giallo che verrà presentato questa sera alle ore 21.
Oggi i suoi film, bollati un tempo come commerciali per non dire di peggio, entrano nelle cineteche...
«Sì, ma il cinema è una causa persa. Non mi è mai piaciuto accettare compromessi e non ho voluto adattarmi».
Proprio nel momento della consacrazione dei suoi eroi?
«In realtà, il posto che un tempo trovavano nelle sale i film di genere, come quelli che facevo io, oggi è occupato dal pubblico dalla fiction televisiva, con la quale sono stati sostituiti. E io non ho voluto cedere. La fiction americana mi piace, ma in Italia ci sono troppi condizionamenti, censure. Quindi avevo deciso di ritirarmi».
Niente più film, allora...
«Mi sono reso conto che esistono altre strade da percorrere. Ho una certa età, non mi andava di fare come Lizzani e Monicelli che insistono con il cinema ancora nel nuovo secolo. Mi sono riciclato, riscoprendo una passione giovanile, quella della scrittura e, ancora una volta, del cinema. Ho voluto raccontare in una trilogia l’Italia dei “telefoni bianchi”, fra il 1940 e il 1944. Ho una passione per la storia contemporanea, ho passato settimane a cercare dettagli precisi: canzoni, marche, oggetti. Ho creato una trama noir...»
Una trilogia, come quella dei tre film degli anni Settanta dedicati alla malavita, ancora storie noir...
«Sì, ma niente serial killer. Questi, ormai, dominano la scena del trhiller. Io, invece, rileggo Simenon. E sì, una trilogia. Ma la trama del giallo è un’occasione ancora per raccontare il cinema».
Per lei la è come prosecuzione del cinema con altri mezzi...
«Sì. È così. E il mio investigatore non a caso capita in luoghi e situazioni che io ho vissuto. Lo faccio interagire con gli attori di Blasetti, di cui ho fatto l’assistente alla regia, quando - cosa accaduta per davvero - sul set della “Corona di ferro” uno dei protagonisti viene centrato realmente da una freccia. E poi, il cinema rivive con gli incontri con Aldo Fabrizi, Totò...».
Nessuna nostalgia per il set?
«Scrivo altre cose, narro per immagini, con la facilità con la quale scrivevo per i film sceneggiature e soggetti».
Guido Bandera, Il Giorno 9 ottobre 2009



 
 
 
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