Ho inteso dimostrare la mia fedeltà a due maestri della critica, della letteratura e dello spettacolo come Franco Cordelli e Tullio Kezich, raccogliendo le recensioni del primo all'attività drammaturgica del secondo, dall'edizione del 1999 di "Una burla riuscita" da Italo Svevo fino al recentissimo "Romanzo di Ferrara" da Giorgio Bassani. (F. Fr.)
DRAMMA "Una burla riuscita", racconto mitteleuropeo reinterpretato con devozione da Tullio Kezich
Svevo - Pinocchio nel Paese dei Balocchi
"Una burla riuscita", racconto mitteleuropeo reinterpretato con devozione da Tullio Kezich Svevo - Pinocchio nel Paese dei Balocchi Amezza altezza (spirituale) tra Boccaccio e la coppia Germi - Monicelli, "Una burla riuscita" di Svevo e' la sofisticata variante di una cospicua tradizione italiana: il racconto, appunto, di una burla, del danno arrecato ad altrui per divertimento, o per noia, o per risarcimento dei danni subiti, dal burlatore, ad opera del destino. La sofisticazione di questo racconto del 1925 e' doppia, o tripla, o quadrupla. Prima di tutto, il beffato e' lo stesso narratore, cioe' , in un certo senso, il burlatore. In secondo luogo, il trucco autobiografico sprofonda nelle tenebre della psiche. Si legga in proposito "L' impiegato Schmitz" di Mario Lavagetto e si vedra' di che sono capaci gli enigmisti, scrittori e lettori. Di mio aggiungo una glossa minima: nel nome del protagonista, lo scrittore da tutti dimenticato Mario Samigli, c' e' l' idea stessa della somiglianza. Terzo: non so se indottovi dal senno di poi, vale a dire dalle interpretazioni di Tullio Kezich, che ha tramutato il racconto in un dramma, e da quella di Egisto Marcucci, che per la seconda volta (la prima nel 1985) da' a questo dramma un certo suo corpo, tendo a vedere in Mario Samigli e nel fratello Giulio una prefigurazione dei "buffi" palazzeschiani e, perche' no, di quelli sommamente realistici, i fratelli Cuccoli. Ma non e' di prefigurazioni che voglio parlare, bensi' del loro contrario: l' interpretazione. Steiner sostiene (in "Errata") che la migliore interpretazione di Madame Bovary e' Anna Karenina. Al contrario che una boutade, e' una cosa ovvia, Marthe Robert trenta anni prima non aveva sostenuto la tesi che Madame Bovary e' il migliore commento che ci sia al Don Chisciotte? In questo senso, Svevo - Samigli fanno un gran parlare di De Amicis e Fogazzaro. Non nominano chi dovrebbero nominare: Collodi. La scena in cui Samigli viene invitato dall' amico - nemico Enrico Gaia in un caffe' di Trieste, dove ad attenderlo c' e' anche il presunto rappresentante dell' editore tedesco che traducendolo dara' nuova vita all' unico romanzo di Samigli, scritto quarant' anni prima, e' per me equivalente all' ingresso di Pinocchio nel Paese dei Balocchi. I caffe' di Trieste, la letteratura mitteleuropea (siamo nel 1918, alla fine della guerra), la letteratura stessa altro non sono che un "Paese dei Balocchi". Gaia e il suo socio altro non sono che l' eterno Gatto e l' eterna Volpe di ogni racconto italiano di burle e Samigli l' eterno Pinocchio: quello di Collodi mente agli altri, quello di Svevo a se stesso. Certo, nel dramma di Kezich, questo devoto di Svevo, la feroce compattezza analitica dello scrittore triestino si sgrana, quasi fatalmente; e nello spettacolo di Marcucci, il meticoloso realismo psicologico diventa, altrettanto fatalmente, una specie di nenia: e' come se quei due straordinari attori che sono Marcello Bartoli e Dario Cantarelli non potessero sottrarsi al dovere di dolcificare l' amarezza delle senilita' messe in scena: esso sono, dopotutto, delle "messe in scena", uno spettacolo! Accanto ai protagonisti, ricordo un altro attore di sobria capacita' ritrattistica, Marco Morellini. Franco Cordelli
UNA BURLA RIUSCITA di Italo Svevo e Tullio Kezich Al Biondo di Palermo
Franco Cordelli
(3 febbraio 1999) - Corriere della Sera
IN SCENA «Si gira!» di Pirandello. Il cinema muto è la musa di Bucci
A conclusione del Festival delle Ville Tuscolane, e proveniente da una piccola tournée che si concluderà stasera a Sarsina, in provincia di Forlì, Si gira! di Tullio Kezich e Mario Missiroli. Chi conosce l' inclinazione drammaturgica di Kezich, sa bene che sia verso Pirandello sia verso Svevo (i suoi autori) egli non si allontana da un' idea di fedeltà anche letterale. Con Quaderni di Serafino Gubbio di Pirandello, un romanzo del 1925, che era stato pubblicato già nel 1915 con il titolo Si gira!, le cose sono diverse. Per la natura particolare del romanzo, per così dire filosofica, ovvero chiacchierona, gesticolante, esclamativa, rappresentare la storia di una donna «più tigre di una tigre» in termini naturalistici sarebbe stato più accomodante. Invece il testo si presenta, dato il tema cinematografico, come smontato e rimontato, secondo altra logica compositiva: che è, in questo caso, prospettica, o cubista. Lo stesso narratore-testimone, l' operatore Serafino Gubbio, colui che alla fine del dramma perderà la parola, è visto dal di fuori, un personaggio tra gli altri. Ma ciò che qui importa non è tanto, come in Pirandello, lo scandalo del cinema, che riduce attori e uomini a macchine prive di anima, quanto la storia di quelle anime. Ed è il punto di intersezione tra Kezich e Missiroli, coautore e regista. Non si sottolineerà mai abbastanza come a Missiroli, negli ultimi anni, interessi mettere a nudo la modesta qualità umana (la carenza d' anima) di una certa Italia: l' Italia del primo Novecento, l' Italia borghese, in specie quella parte di Italia borghese che si potrebbe identificare con la classe dirigente e il suo stile di vita e la sua ideologia. In questo lavoro, archeologico e analitico, Missiroli a sua volta si comporta alla stregua di una macchina: mostrando di non temerne, come Pirandello, certi possibili effetti. Anzi, Missiroli estremizza: tutto rende ferocemente marionettistico. Basterà osservare l' eccellente Flavio Bucci: mai come oggi torvo, oscuro, ammalato di inconsapevolezza: egli recita come se fosse una specie di Mussolini; o, gli si togliesse la parola, un attore di cinema muto, a suo agio tra cornici vuote, pianole meccaniche, manichini e, naturalmente, macchine e macchinette (per fare il cinema).
Franco Cordelli
(18 agosto 2000) - Corriere della Sera
«Mémoires» a Roma, regia di Scaparro. Scaccia fa Goldoni ed è già memorabile
A giudicare dagli applausi che hanno accolto all' Eliseo di Roma L' Avaro di Molière - così l' altro giorno scrivevo - Gabriele Lavia è l' uomo di teatro più amato d' Italia. Che dire allora degli applausi che il Valle ha riservato a Mario Scaccia, anche io sono stato felice d' averlo visto. Di recitare, in verità, non ha mai smesso. Ha un piccolo teatro nel quale imperterrito, indomabile continua: con il suo lieve scetticismo (quando allontana da sé la qualifica di poeta!), con la sua ironia a volte perfida, con il suo intatto fervore. La gioia è stata di rivederlo in un grande teatro, di vederlo in una interpretazione che annovererà lui stesso tra le sue memorabili. In un' intervista, giorni fa, ha citato Chicchignola: che è certo uno dei momenti salienti della carriera di Scaccia. Un altro è, a mio parere, Aspettando Godot. Ma se si dirà che nei panni di Goldoni, protagonista di Mémoires, era perfetto; che l' immagine di Goldoni da ora in poi, sarà quella di Scaccia; che sembrava scritto in un destino, che prima o poi il vecchio Scaccia avrebbe incontrato il vecchio Goldoni, niente di tutto ciò sarà un' esagerazione. Pure, i protagonisti della felice serata erano più d' uno. C' era, va da sé, proprio Goldoni, le sue Memorie. Il titolo dello spettacolo è in francese perché esse furono scritte a Parigi, in quella lingua; e perché Maurizio Scaparro ha allestito il suo lavoro con Les Italiens (e con lo stabile del Veneto e la Compagnia Molière, diretta da Scaccia). C' era appunto Scaparro: fedele a se stesso, fino all' estenuazione. Pure, in questa lunga fedeltà al mito del teatro, sono apprezzabili il garbo, la discrezione (parlo di elementi stilistici), l' inclinazione a dipingere sfumando i contorni, la stessa superficialità, intendo la volontà di restare alla superficie. E c' era Tullio Kezich, che non si è limitato, come dice la locandina, ad adattare (con l' ausilio dello stesso regista) il testo di Goldoni. In questa commedia, di Kezich scorgo un' altra fedeltà: al vento dell' Adriatico, per citare uno scrittore dell' area veneta, Pier Antonio Quarantotti Gambini. Questa espressione, al vento dell' Adriatico, si è sentita nel corso dello spettacolo. Non posso sapere se sia tratta dalle Memorie di Goldoni, da una delle sue lettere, da una delle sue commedie, che sono i testi da Kezich utilizzati per ricostruire il suo personaggio. Ma è certo che il triestino Quarantotti, come triestino è Kezich, c' entra qualcosa. Come è certo che Kezich si è costruito la reputazione di drammaturgo anche lui nella fedeltà alla propria origine, agli scrittori che hanno stabilito la leggenda di quell' area. Pensando alle memorie, alle vite, alle autobiografie degli scrittori (veneti) del Settecento, se Da Ponte spicca per il carattere avventuroso e, nel fondo, ribaldo; e Gozzi per una mancanza di equilibrio pari a quella dei suoi testi; e Casanova per un inconsumabile amore per la sua stessa percezione della presenza, propria e degli altri - Goldoni ha questo tono calmo, di chi non si prende troppo sul serio: è il più veneto degli scrittori veneti. È lo stesso tono della commedia di Kezich. Ho trovato qua e là frasi tolte dal testo goldoniano alla lettera. Ma ciò che conta è l' andatura a sprazzi, a lampi - come di chi rievochi senza dannarsi l' anima, magari addormentandosi, di pomeriggio. Scaccia è seduto sulla sua poltrona e discorre con il giovane Anzoleto (un magnifico Max Malatesta), sua controfigura in Una delle ultime sere di Carnevale. Discorre e ricorda. Si infervora e si immalinconisce. La vita è passata. Ma essa per sempre rivivrà, sulla scena.
Franco Cordelli
(23 gennaio 2004) - Corriere della Sera
La metamorfosi di Zeno, che diventa Woody Allen
Da un punto di vista critico può essere ingegnoso vedere, come suggerisce il regista Piero Maccarinelli, una linea di continuità tra Italo Svevo o il suo Zeno Cosini, e Woody Allen. È un' idea che a Tullio Kezich, mentre riduceva per le scene il grande romanzo sveviano, non poteva venire in mente: Woody Allen era, nel 1964, di là da venire. L' ingegnosità di Maccarinelli si ferma tuttavia all' enunciato. O peggio: finisce per il condizionare a senso unico la sua regia. Che cosa voglio dire? Ho la ventura di ricordare, benché in modo sfocato, la prima edizione, quella di Luigi Squarzina e Alberto Lionello. È uno dei più antichi ricordi che io abbia in quanto spettatore teatrale. A quell' epoca avevo una feroce, morbosa passione per «La coscienza di Zeno». Lo avevo letto tutto a scuola: non per obbligo, come accade adesso, ma di nascosto, tenendo il libro sul banco mentre procedeva tutto il resto. Lionello mi parve perfetto nel rappresentare le mie fantasie o proiezioni di allora. Era spiritoso, sottile, leggermente corpulento. Ma quel che più conta era duttile: entrava e usciva con una facilità impressionante dalla parte che di volta in volta il suo personaggio recitava. Nello spettacolo di Maccarinelli avviene il contrario. Ciò che massimamente si guarda assistendo alla riduzione del romanzo di Svevo in forma drammaturgica è l' attore protagonista. Si guarda in questo caso Massimo Dapporto (foto). Com' è dunque Dapporto? A mio parere è un eccellente attore. Lo si intuisce alla prima occhiata vedendo come muove le mani: in modo espressivo, senza accontentarsi che questa espressività sia mimetica di ciò che egli sta dicendo, senza cioè raddoppiare, con la gestualità, la sua stessa verbalità. Pure, a lungo andare, la presenza di Dapporto diventa prevedibile. Credo che accada proprio a causa di quell' idea di Maccarinelli. La regia indirizza la recitazione in senso forte. Di continuo assistiamo alla metamorfosi di Zeno Cosini in Woody Allen, vale a dire in un personaggio simile e però del tutto diverso. Woody Allen si assume la responsabilità del proprio carattere, può fare di se stesso ciò che vuole. Non è questo il destino di Zeno. Zeno resta un mero personaggio e la responsabilità della sua esistenza è di chi la porta: che ne fa appunto l' imitazione di un altro, sempre la stessa. Detto in altri termini, il personaggio di Svevo in quanto interpretato da Dapporto, non è caricaturale ma sfiora la caricatura. È eccessivo, ingombrante, monotono. Tra l' uomo che soffre (sia pure a modo suo) per la morte del padre e l' uomo in balia delle quattro sorelle (non privo della capacità di trasformare in una ventura la propria irresolutezza) non c' è differenza alcuna, non c' è una differenza sostanziale. È questo il punto debole dello spettacolo ma è un punto cruciale. Tra gli attori che fanno da corona al monologare di Zeno-Dapporto ricordo volentieri Virgilio Zernitz e David Sebasti, i più robusti e autonomi rispetto alla linea umoristico-leggera della regia. Gli altri sono Silvana de Santis, Paolo Summaria, Alessandro Lombardo, Laura Mazzi, Monica Barbato, Federica Di Martino, Vanessa Scalera e Arianna Ninchi.
«LA COSCIENZA DI ZENO» di Italo Svevo-Tullio Kezich/Piero Maccarinelli, al Quirino
Franco Cordelli
(26 febbraio 2004) - Corriere della Sera
Il romanzo di Ferrara Maccarinelli mette in scena un mosaico letterario
Kezich e il puzzle di Bassani
Perché tra gli spettacoli di Piero Maccarinelli Il romanzo di Ferrara è l' unico che non abbia un che d' irritante? Perché non vi sono gli attori di cui Maccarinelli ama circondarsi, gli attori di cinema o di televisione, quelli messi in scena per richiamare il presunto (o reale) grande pubblico. Quegli attori, con Maccarinelli, sembrano fare ciò che vogliono ed essendo, gli attori, fondamentalmente conservatori, fanno e rifanno sempre le stesse, pessime cose. Per fortuna Il romanzo di Ferrara non vanta che giovani attori, ai quali viene richiesto di svolgere un umile compito. Non vi sono acuti o assoli di spicco. Non vi sono scene-madri o memorabili. Vi è una sobria, quieta, quasi didascalica esecuzione di un brano musicale che a sua volta non intende altro che d' essere al servizio di una grande opera. Il brano musicale lo ha scritto Tullio Kezich, un po' come Ennio Morricone avrebbe scritto la sua partitura per un film. Quello di Kezich è un pezzo della drammaturgia di cui è maestro. Egli scompone il macro-testo che è, con il titolo del 1974, l' intera opera narrativa di Giorgio Bassani. Da essa ha tratto tre delle Cinque storie ferraresi (Una lapide di via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti e Una notte del ' 43) e lo spunto centrale de Il giardino dei Finzi-Contini. Ma il protagonista unico della vicenda è Geo Josz, che compare nel primo dei tre racconti. Il problema è: perché Geo Josz, un tipo così particolare? La scena di Paola Comencini è composta da gradoni che si chiudono nascondendo un grande albero. L' ultimo gradone è dunque un muro di cinta, il muro che separa dal resto del mondo il giardino dei Finzi-Contini, quella specie di club nel quale si gioca a tennis quasi in spregio ai tennis del resto della città. Il tennis, segno di privilegio di una ricca famiglia ebraica, è per il narratore del Giardino il crudele risvolto dell' amore per Micol a lui negato; ma per noi è una metafora del clima di guerra che si va avvicinando, un sublimante rumore di fondo. A un tratto, dal muro escono da sinistra i partigiani vittoriosi e da destra gli operai che fissano in via Mazzini una lapide per ricordare gli ebrei che dopo il 1945 non torneranno a Ferrara, i deportati in Germania. Rispetto a Bassani, Kezich pone in modo esplicito la disputa tra Geo Josz, sopravvissuto ai campi e proprietario della casa che ora reclama, e i partigiani che l' hanno requisita. Quella casa, a chi spetta? Per essere un reduce, Josz è grasso in modo sospetto, nonostante si dica trattarsi, quella deformità, di un edema da fame. Inoltre è piuttosto scorbutico, per non dire risentito. Come può nello stesso tempo essere l' elegiaco poeta, innamorato di Micol, quale Kezich lo rappresenta? In verità, il romanzo è ora diventato il puzzle di Ferrara. Ma alla fine le tessere si ricompongono, il mosaico mostra tutte le sue figure. In Lapidario estense, forse il più bel commento che sia stato scritto sull' opera di Bassani, Domenico Scarpa ci ricorda una poesia di Epitaffio, «Gli ex-fascistoni di Ferrara». Se nel lontano ' 45 Geo Josz aveva dato uno schiaffo al conte Scocca è perché tra i partigiani troppo spavaldi e quelli di prima non c' era neppure da fare il confronto. Come si rivedrà tanti anni dopo, quando a tornare in città sarà lo stesso Bassani (l' antico ragazzo innamorato) e imbattendosi nei vari Scocca sarà lui in persona a dirci che cosa ne pensa, quanto rancore in lui ribolle: quel rancore, benché stemperato dal tempo (e dalla rappresentazione), ancor vivo nello spettacolo di Kezich-Maccarinelli.
Il Romanzo di Ferrara di Kezich / Maccarinelli Palladium di Roma
Franco Cordelli
(20 aprile 2008) - Corriere della Sera