Il Premio Adda d'Oro - Concorso Opera Prima Italia
è stato assegnato al film di Federico Rizzo
Fuga dal Call Center

La motivazione del premio puoi leggerla sul website del festival
Il Premio Adda d'Oro - Concorso Opera Prima Italia
è stato assegnato al film di Federico Rizzo
Fuga dal Call Center

La motivazione del premio puoi leggerla sul website del festival
«Ormai è tutta fiction. E la fiction è la parodia del cinema di genere». Per questo Umberto Lenzi, uno dei padri spirituali di Quentin Tarantino e regista di film cult come Milano odia: la polizia non può sparare, Orgasmo o Napoli violenta, nonché creatore della famosa maschera de “er Monnezza” portata sul grande schermo da Tomas Milian, da qualche anno ha abbandonato la macchina da presa preferendo dedicarsi alla scrittura. «Al momento non ho intenzione di tornare sul set - annuncia -. Non sono come Monicelli: alla mia età, e adesso sono 77 anni, non me la sento più di andare ad ammazzarmi per fare un film. Preferisco girare l’Italia a presentare i miei libri. Mi diverto così». Il viaggio lo porterà questa sera al Lodi Film Festival, al termine di una giornata che la kermesse cittadina dedicherà per buona parte dedicata alle sue pellicole (tre in programma: alle 16.30 Attentato ai tre grandi, alle 21 Il grande attacco e alle 23.30 Orgasmo). Operazione complessa scegliere nella sterminata filmografia di Lenzi: si contano più di 60 titoli, che nel corso degli anni hanno abbracciato i generi più variegati, privilegiando i filoni legati al giallo (o psico-thriller, come lo definisce), al poliziesco e all’horror. «Ma forse sarebbe stato meglio se avessi girato venti film in meno e avessi guadagnato di più - racconta Lenzi al telefono -. Vengo da una famiglia povera: ho accettato tutti i lavori che mi davano, senza poter scegliere. Ma ho lavorato sempre con grande passione: anzi, mi stupiva che mi pagassero pure per girare un film. Non ho rimpianti: non sono mai stato dimenticato e anche i giovani stanno scoprendo la mia opera. I dvd dei miei film vanno a ruba. Su Facebook ho 1.200 fans». In questo clima di meritatissima rivalutazione molto ha giocato anche l’incontro con Quentin Tarantino, il regista americano che non ha mai nascosto di considerare Lenzi uno dei suoi maestri. «L’ho rivisto pochi giorni fa a Roma per la prima italiana del suo Bastardi senza gloria. Dopo aver presentato il film, è sceso in platea ad abbracciarmi. Tarantino ha studiato molto la mia opera e mi ha citato in alcuni suoi lavori: anche nella sua ultima produzione c’è qualche accenno a un mio film, La legione dei dannati. Come è rimasto impressionato dai miei film d’azione, allo stesso modo sarà rimasto colpito dai miei film di guerra». Ora Lenzi è anche scrittore: nel 2008 è uscito il primo romanzo, Delitti a Cinecittà, seguito quest’anno da Terrore ad Harlem. «Non mi sono improvvisato scrittore, visto che ho sempre scritto i soggetti e le sceneggiature dei miei film. I miei libri rientrano nel genere del giallo, ma con essi mi propongo di raccontare anche una storia minima d’Italia tra il 1940 e il 1945 e allo stesso tempo la storia del cinema dei “telefoni bianchi”. Così ho creato un investigatore privato, Bruno Astolfi, un personaggio di fantasia che opera però nel contesto reale della Cinecittà di quegli anni. Astolfi è un toscano verace, libertario, antifascista, pieno di donne e di debiti. Interagisce con persone reali, con gli attori dell’epoca». Nell’ultimo romanzo (al quale presto seguirà Morte al cinevillaggio, ambientato durante la Repubblica di Salò), la vicenda si svolge nel 1943, annus horribilis per l’Italia, sullo sfondo delle riprese di Harlem, kolossal di Carmine Gallone di stampo propagandistico e pugilistico ambientato a New Yotk. «Fu un film che, quarant’anni prima, anticipò le grandi pellicole sul pugilato come Toro scatenato e Rocky. In quella pellicola comparivano anche centinaia di “negri”, come si diceva allora, difficilmente trovabili nell’Italia dell’epoca. Sono stato io a scoprire che queste comparse erano prigionieri di guerra temporaneamente sottratti al loro vicino campo di detenzione». Fabio Ravera, Il Cittadino 9 ottobre 2009
Il ritratto. Un incrocio di generi, tra film e letteratura
Probabilmente, un gradino sotto Mario Bava e Riccardo Freda e in anarchica compagnia generazionale (Lucio Fulci, Antonio Margheriti, Aristide Massacesi, tutti nati tra la fine degli anni Venti e la metà del decennio successivo), Umberto Lenzi è tra i registi nominati quello che ha saputo meglio interpretare i mutamenti di gusto della società e dei costumi del suo tempo. Insomma, anche per Lenzi può valere il giudizio di Sidney Gottlieb dato al cinema di Alfred Hitchcock e di come l’intero percorso filmografico del maestro del brivido sia stato condotto all’insegna dell’emozione, senza mai dimenticare la funzione catalizzatrice del pubblico verso il prodotto. Infatti, Hitchcock fu tra i primi a comprendere che il cinema può essere anche arte, senza dimenticare il suo più logico indirizzo: lo spettatore. Di certo c’è da aggiungere, per non far apparire imbarazzante il richiamo al grande regista inglese, che Lenzi nella sua filmografia così ricca di titoli e altrettanto eclettica nei generi (giallo all’italiana, poliziotteschi, fantascienza “italian style”, catastrofici autarchici, horror, avventurosi e “mostruosi” mediterranei, comico farsesco e brillante) non è mai scivolato nelle zone basse per l’appunto di quei sottofiloni cinematografici che proprio alcuni dei suoi film avevano contribuito a generare, conservando sempre, anche nelle difficoltà produttive, una dignità artigianale e professionale che nel corso degli anni gli ha fatto contare una nutrita schiera di ammiratori, equamente divisi tra fan sfegatati (come la rivista «Nocturno»), cineasti come Quentin Tarantino e Joe Dante e direttori di festival raffinati come Marco Muller. Proprio la rivalutazione critica dei suoi film, passata qualche anno fa per la prestigiosa retrospettiva “The Italian Kings of B’s” curata da Marco Giusti per il Festival del Cinema di Venezia, il successo delle edizioni in dvd, i tanti inviti e partecipazioni a rassegne e a omaggi in tutta Italia, hanno dato al regista la giusta spinta a rivelare anche la passione per la letturatura e la scrittura. Neanche a farlo apposta affidata a una rigorosa e coerente fedeltà al “genere giallo” che al cinema gli diede non poca notorietà. Così nel 2008 ha pubblicato per Coniglio Editore (ma la ristampa è Mondadori), dopo venticinque anni nel cassetto, un primo romanzo, Delitti a Cinecittà, subito doppiato da Terrore ad Harlem (ancora Coniglio, pp. 206, euro 12) e che verrà seguito da una terza uscita. In questa successione s’evidenzia un progetto di trilogia “gialla” e infatti il protagonista dei romanzi di Lenzi è sempre lo stesso: Bruno Astolfi, ex commissario di polizia radiato per sospetto antifascismo e investigatore privato specializzato nel frequentare e risolvere casi “cinematografici”. E al pari della location è la scansione temporale dei singoli episodi narrati nei romanzi a suscitare non poco interesse: gli ultimi tragici anni dell’Italia fascista. I romanzi possono essere letti anche come un’antologia di “vita quotidiana al tempo di…”. Infatti, se Delitti a Cinecittà aveva come risoluzione dell’indagine il set della Corona di ferro di Blasetti, perciò si era agli inizi degli anni quaranta, in Terrore ad Harlem, l’azione è balzata in avanti al 1943, anno funesto e terribile per l’Italia, e il set è quello della pellicola di Carmine Gallone Harlem.
Fabio Francione, Il Cittadino 9 ottobre 2009