giovedì, 16 aprile 2009

Franco Cordelli

legge

Giovanni Boccaccio

Tancredi e Ghismonda

Decameron, giornata quarta, novella prima

Cremona, P.zza S. A. M. Zaccaria, 19 aprile 2009, ore 12

 

Festival del Racconto, 16 - 19 aprile 2009, programma e ospiti

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categoria:libri, letteratura, presentazioni, rassegne
mercoledì, 11 febbraio 2009

Un dramma che attraversa l’orrore di un secolo intero della nostra storia. Torna sul palco domani sera (ore 21, Teatro Comunale di Casalpusterlengo) Primo L. 174517, lo spettacolo scritto a quattro mani da Giulio Cavalli e Fabio Francione. Dopo l’applaudita “prima” andata in scena al Teatro Nebiolo di Tavazzano, i lodigiani avranno dunque una nuova occasione per assistere a questo viaggio tra le ferite del Novecento sospeso tra letteratura e memoria. Il testo è infatti liberamente ispirato alla versione drammatica di Se questo è un uomo, ma si arricchisce di molteplici suggestioni tratte dalla produzione letteraria di Primo Levi, in modo particolare dai racconti, e da esperienze artistiche affini, cinematografiche e poetiche, in un gioco di richiami che amplifica le sensazioni trasmesse allo spettatore. Primo L. 174517 è infatti di uno spettacolo multimediale, in cui Giulio Cavalli dà vita a un intenso monologo-dialogo con la scenografia, che diventa muta co-protagonista alle spalle dell’attore. Un ruolo principe in questo senso hanno i disegni di Lodovico Barbiano di Belgiojoso, architetto milanese arrestato e poi deportato. Lo spettacolo si apre proprio con un montaggio dei suoi lavori Dal Lager di Gusen che mostrano con incredibile forza espressiva la sua vita nel campo. ll testo viene quindi scardinato e cristallizzato in nuclei simbolici, in un continuo flash-back tra il Primo Levi adulto, sopravvissuto e dedito al racconto come unica ragione di vita, il Primo Levi giovane studente di chimica a Torino e infine il Primo Levi deportato, che si aggrappa con tutte le sue forze ai brandelli di umanità che gli restano, ai versi dell’Ulisse di Dante, riletto da Cavalli in un duetto virtuale con Carmelo Bene, che gli ricordano di essere creato «per seguire virtute e conoscenza».

“Primo L. 174517”: al Casale il dramma di un secolo intero, Il Cittadino 11 febbraio 2008

extra/1

Primo Levi intervista inedita 'Io, scampato al lager per poterlo raccontare'

Mi ha colpito il suo desiderio di rendere testimonianza sulla tragica esperienza nel lager: quando è nato questo desiderio? "Questo desiderio, del resto comune a molti, mi è nato nel lager. Volevamo sopravvivere anche e soprattutto per raccontare ciò che avevamo visto: questo era un discorso comune, nei pochi momenti di tregua che ci erano concessi. Del resto è un desiderio umano: lei non troverà mai un reduce che non racconti. (No, mi correggo, ve ne sono alcuni che non raccontano; ve ne sono alcuni che sono stati feriti talmente a fondo che hanno censurato il loro passato, l'hanno sepolto per non sentirselo più addosso). In primo luogo c'è il bisogno di scaricarsi, di buttare fuori quello che si ha dentro. Poi ci sono anche altri motivi... c'è forse anche il desiderio di farsi valere, di far sapere che siamo sopravvissuti a certe prove, che siamo stati più fortunati, o più abili, o più forti". Il punto di contatto tra i primi libri e quelli di fantascienza, mi pare possa essere la sua «indignazione», che prima è rivolta al lager e poi verso certe storture della civiltà. è giusto? «Sì, è giusto: è una domanda che mi fanno in molti e a cui veramente non sono il più autorizzato a rispondere, perché non è detto che chi scriva sappia sempre bene "perché" scrive. Io ho due radici: una è il senso del lager e l' altra è il senso della chimica con le sue dimensioni. Avevo in mente di scrivere qualcosa sulla storia naturale ancora prima di entrare nel lager: già da studente sentivo un desiderio del genere (non come progetto chiaro e distinto, ma come vaga aspirazione) e trovavo un terreno fertile nel mio mestiere di chimico. Perciò - dopo aver terminato Se questo è un uomo e La tregua - non è che io abbia "scritto" gli altri due libri: ho raccolto alcune idee e anche alcuni racconti che avevo già scritto prima. Per esempio, il primo racconto delle Storie naturali, quello del vecchio medico che raccoglie essenze, l' ho scritto prima di Se questo è un uomo. E... probabilmente sì, benché il tema sia diverso, anche gli altri scritti risentono dell' esperienza del lager, in una forma molto indiretta, in una forma di delusione profonda, di un ritirarsi dalla vita». Tra i personaggi che si incontrano nei suoi libri, Lei mostra particolare simpatia e indulgenza verso alcuni che incarnano una certa "furbizia" o arte di arrangiarsi, come Cesare o il Greco. «Anzitutto questi personaggi agiscono in un contesto tutto particolare, che è quello della fine della guerra: ora, su questo fondale, direi che si può essere abbastanza indulgenti. Non ammetterei, oggi, un Greco; lo eviterei, mi terrei lontano da lui, ma in quel momento lo sentivo quasi un maestro. Egli soleva dire: la guerra è sempre. E poi ancora mi diceva: "Vedi le scarpe belle che io ho: è perché sono andato a rubarle nei magazzini dei russi. Tu sei uno sciocco, non sei andato a cercarle". Io rispondevo che pensavo che la guerra fosse finita e che i russi avrebbero provveduto. "La guerra è sempre", mi ripeteva, e, allora, io ero d' accordo con lui. Oggi sarei più severo nei suoi riguardi, così anche nei riguardi di Cesare: ma la furbizia di Cesare era così solare, così aperta, così ingenua in fondo e così innocua che mi sta bene ancora adesso. Non sarei un censore tanto severo da escluderla, in quella forma: furbizia così "italiana", sempre mescolata con bonomia. Cesare ingrassava i pesci con l' acqua, poi però, davanti ai bambini affamati della donna russa, glieli regala. Questo fa parte di un' arte di vivere che è vecchia come il mondo e davanti alla quale non si può essere troppo severi». Quella carica di ribellione che sta alla radice dei primi due libri si è attenuata con gli anni oppure no? «Io contesto "quella carica di ribellione": di indignazione sì; di ribellione purtroppo no perché non c' era modo, almeno per chi era al mio livello. Ribellioni in senso tecnico ve ne sono state, in alcuni lager: l' episodio che ho raccontato di quell' impiccato che muore gridando "io sono l' ultimo!" si ricollega a una ribellione che c' era stata in un altro campo: i prigionieri avevano fatto saltare i forni crematori pochi giorni prima e costui, di cui non conosco neppure il nome, era implicato nella faccenda, probabilmente aveva procurato dell' esplosivo. Riprendendo, l' indignazione sì persiste, ma diciamo che si è ramificata. Sarebbe stupido oggi continuare a vedere il nemico solo lì, solo il nazista, anche se a mio parere è ancora il principale. Però il mondo di oggi è molto più articolato che non quello di una volta. Non erano bei tempi quelli in cui io ero giovane, però avevano il grande vantaggio che erano netti; l' alternativa amico/nemico era molto netta e la scelta non era difficile. Oggi lo è molto di più. Perciò anche l' indignazione persiste, ma è... erga omnes. Verso molti, non più verso "quelli"». Nella famosa lettera al suo editore tedesco, lei dice che non può capire i tedeschi e quindi non si sente di giudicarli. «No, ho detto che non li capisco, ma li giudico sì». E come, allora? «Li giudico male: sì, anche i tedeschi di oggi. Non tutti, naturalmente; io ho molti amici tedeschi, anche per il fatto che parlo la loro lingua, e mi interessano, e mi rifiuto di giudicarli in blocco. Però devo dire che, statisticamente, sono un paese pericoloso. Sono un pericolo intanto perché sono divisi in due e questo essi non lo accettano: pochi fra i tedeschi accettano questa divisione. E poi hanno delle virtù che diventano pericolose: questa loro straordinaria passione per la disciplina (che a noi manca - ed è male - ma loro ne hanno troppa!) per cui sono pronti ad accodarsi a chiunque comandi, mi fa paura». Com' è che allora, sempre in quella lettera, lei dice che i tedeschi, oltre ad essere pericolo, sono speranza per l' Europa? «Ecco... la lettera io l' ho scritta molti anni fa, nel '60, sulla corda dell' entusiasmo che avevo provato io per il fatto che un editore tedesco aveva accettato di pubblicare la mia testimonianza, e anche a seguito di vari contatti che avevo avuto allora con i giovani tedeschi degli anni Sessanta. E mi era sembrato che la Germania fosse veramente un' altra. Sembrava una roccaforte della democrazia, allora: oggi un po' meno, anzi molto meno». Come reagiva vedendo i compagni di sventura andare ogni giorno alla morte a causa della selezione: lo prendeva, alla fine, come un dato di fatto, o questo le procurava ogni volta lo stesso dolore e lo stesso disgusto? «Ci si incontrava, al mattino, all' appello e quando ne mancava uno, era considerato di cattivo gusto andare a fondo, un po' come capita oggi quando uno muore di cancro: non se ne parla volentieri. Era una forma di accettazione, in sostanza, per cui l' atteggiamento verso il compagno morto in selezione non era molto diverso da quello verso uno morto di morte naturale. Quel mio amico Alberto, di cui ho parlato a lungo, era in campo con il padre: era un ragazzo molto intelligente e insieme parlavamo sovente di queste cose, senza inibizioni e senza cedere a questa tendenza di negare la verità. Pure, quando il padre fu scelto per la selezione, Alberto disse di essere sicuro che suo padre non era mandato nelle "camere" bensì veniva trasferito con altri prigionieri in un altro campo di convalescenza. E io ero stupito e impressionato nel constatare come il mio amico si fosse prontamente costruito un riparo, per celarsi una realtà altrimenti intollerabile». Data la mortalità elevatissima, pensa che la sua sopravvivenza sia dovuta a fortuna o ad altri fattori? «Io penso che, in primo luogo, molto abbia giocato la fortuna. Inoltre non sono stato mai ammalato: mi sono ammalato più tardi, in modo provvidenziale. Ed ecco come avvenne. Io, lavorando in fabbrica, rubavo al laboratorio ciò che mi poteva servire per la sussistenza e puntualmente dividevo il bottino con Alberto; c' era infatti un patto tra di noi, per cui dividevamo fraternamente ogni colpo buono (ecco qui l' arte di arrangiarsi!). Un giorno che avevo rubato del tè in laboratorio, andai con Alberto a venderlo all' ospedale, dove ne avevano bisogno per gli ammalati. Ci pagarono con una gamella di zuppa, quasi gelata e già un po' intaccata. Probabilmente era stata toccata da un malato di scarlattina: io presi la scarlattina, fui mandato in ospedale e sopravvissi; Alberto che aveva avuto la malattia da bambino, non ne fu contagiato e morì in campo. Altro fattore fondamentale per me è stato quell' operaio, Lorenzo, di Fossano, che mi ha portato per molti mesi quanto bastava per integrare le calorie mancanti. Egli, che pure non era un prigioniero, è tornato molto più disperato di me: era un uomo molto mite e molto pio, rozzo e insieme religioso, e era terrificato di quanto aveva visto, spaventato, ferito. è tornato in Italia da solo, a piedi, e non ha voluto più vivere. Ha incominciato a bere e, a me che lo andavo a trovare spesso, diceva molto freddamente che non desiderava più vivere, che ne aveva viste abbastanza. Morì tubercoloso; e infelice». Qualche episodio insolito che ricorda e che non è stato detto nei suoi libri. «C' era con noi un medico ebreo osservante. Lei sa che la religione ebraica prevede dei digiuni molto rigorosi: in quei giorni non si mangia niente e neppure si lavora. Questo medico alla sera - dopo il lavoro - disse al capo-baracca che la zuppa non la voleva, perché era giorno di digiuno e lui non la poteva mangiare. Il capo-baracca era un comunista tedesco, abbastanza indurito dal suo mestiere (aveva dieci anni di lager alle spalle), però, colpito dalla forza morale del prigioniero, gli conservò la zuppa fino a quando quest' ultimo non terminò il suo digiuno. Questo atto di umanità mi aveva molto impressionato». Può stabilire un rapporto tra lei e gli altri scrittori di religione ebraica (Ginzburg, Bassani)? «Un rapporto complesso c' è, evidentemente. L' ambiente di Natalia Ginzburg è il mio stesso ambiente; abbiamo parenti in comune; lei è nata Levi e suo fratello era il nostro medico. L' ambiente della borghesia ebraica torinese è quello in cui sono nato e cresciuto. Quello di Bassani è diverso; sia Bassani che i suoi personaggi appartengono ad un' altra borghesia ebraica, quella di Ferrara, che io conosco abbastanza poco. E che non mi piace tanto, perché erano una classe abbastanza consapevole dei propri privilegi, abbastanza esclusiva (vedi il famoso muro di cinta) e riservata e chiusa». Per quale motivo la Ginzburg le ha rifiutato il manoscritto? «Premetto che non le serbo rancore (ma forse sì, per un certo periodo gliene ho serbato). Ho pensato a tante cose: forse era satura di manoscritti - fare il lettore in una casa editrice è un brutto mestiere; si è costretti a falciare... poi... è un fatto che, pur conoscendola bene, non abbiamo mai chiarito». Ha ancora dei contatti con i compagni del lager? «Enick l' ho perso di vista completamente. Ho ritrovato invece quel Pikolo, quello del canto di Ulisse; con lui ci vediamo sovente; viene a fare le vacanze in Italia e fa il farmacista in un piccolo paese vicino a Strasburgo. è uno di quelli che hanno rimosso tutto: si è imborghesito completamente e non ama parlare di queste cose. Sono stato a trovarlo, l' ultima volta, con la Televisione italiana; gli ho chiesto di riceverci e mi ha risposto: te sì, ma le telecamere no. Poi però ha accettato anche loro, ma non volentieri». Che pensa dei giovani d' oggi? «La differenza fondamentale tra la nostra giovinezza e la giovinezza attuale è nella speranza di un futuro migliore, che noi avevamo in modo clamoroso e che ci sosteneva anche negli anni peggiori, anche nel lager: la meta c' era e era costruire un mondo nuovo di uguali diritti, dove la violenza era abolita o relegata in un angolo, costruire il Paese per riportarlo a livello europeo. Invece, i giovani d' oggi, mi pare abbiamo molte meno speranze. In generale vedo che tendono a scopi immediati, e questo forse è anche abbastanza giusto, in quanto non distinguono un altro futuro. Mi pare, paradossalmente, che sia stata più facile la nostra giovinezza, perché oggi sono troppi i mostri all' orizzonte: c' è il problema della violenza, il problema energetico, dell' inquinamento; il mondo è diviso in blocchi, c' è una totale incapacità di prevedere l' avvenire e nessuno osa fare previsioni sensate di qui a due anni. C' è sempre il problema atomico. Trovo che sono pochi i giovani che pensano di fare o studiare in qualche modo per un loro preciso futuro. è il senso del tramonto dei valori, per cui bisogna godere e bruciare tutto subito». Come mai ha lasciato passare tanto tempo, quindici anni, da Se questo è un uomo alla seconda opera? «Se questo è un uomo, edito nel '47 presso De Silva, uscì in duemilacinquecento copie: avevo delle buone recensioni, ma ho avuto cinquemila lettori (un libro lo leggono due persone in media). Dopodiché... non ho avuto più incentivo a scrivere; mi pareva di avere fatto il mio dovere di testimone, di essermi scaricato delle mie tensioni e non sentivo il bisogno di scrivere altro. Solo dopo molti anni mi ha ripreso questo desiderio, perché si è ricominciato a parlare della Seconda guerra mondiale, e dei lager in specie, in modo diverso, in senso storico appunto. Verso il '60, o forse prima, si tenne un ciclo di conferenze sul tema e io mi sono ritrovato protagonista: molti allora mi hanno incoraggiato a raccontare anche la seconda parte della mia esperienza, cioè il ritorno dalla Russia. Ripresi la penna anche per un altro motivo: era cessata la Guerra fredda e ora potevo raccontare la verità completa, umana. Prima era impossibile parlare della Russia: o se ne parlava come dell' inferno o come del paradiso. E io non me la sentivo, in un ambiente così, di scrivere un libro-verità come La tregua. Solo dopo la distensione è diventato possibile scrivere di queste cose in un linguaggio non retorico». Perché è nato Malabaila? «Perché sarebbe stato scandaloso a quel tempo: non avrei potuto, io, lo scrittore di Se questo è un uomo venire fuori a quei tempi con aneddoti, storie fantastiche. Proposi allora questo pseudonimo all' editore, il quale accettò con entusiasmo, pensando forse di farne un "caso letterario": poi il caso non ci fu, ed io ripresi il mio nome». - MARCO VIGLINO
extra/2

PAHOR La colpa di essere sopravvissuto. Un deportato torna al Lager che inghiottì i compagni

 

Durante una visita al Lager di Natzweiler-Struthof, nel quale molti anni prima si era trovato faccia a faccia con l' orrore e l' abiezione più inconcepibili della nostra storia, Boris Pahor osserva un carpentiere che sostituisce - nel campo che è ora un luogo di memoria e di pellegrinaggio per ex deportati come lui e per turisti dell' anima più o meno realmente consapevoli di ciò che stanno vedendo - alcune assi marcite di una baracca dove un tempo avevano vissuto (se in tal caso è lecito usare questo verbo) i prigionieri. «Il mio animo - scrive - si ribellava a quelle toppe bianche frammiste alle assi annerite, dilavate e consunte; non tanto per il colore, perché sapevo che quell' operaio avrebbe ridipinto le nuove assi rendendole uguali alle vecchie; semplicemente non potevo sopportare la presenza di quei pezzi di legno grezzo piallato di recente. Era come se qualcuno cercasse di inoculare cellule fresche e viventi in un putridume morto, come se qualcuno innestasse una gamba bianca in un mucchio di mummie annerite e appiattite. Ero per l' intangibilità della dannazione. Ebbene, ora non riesco più a distinguere i pezzi aggiunti; il male ha fagocitato le nuove cellule impregnandole col suo putrido succo». «Sono ingiusto, lo so», dice Pahor con l' oggettività classica del grande scrittore. Necropoli, annoverato da decenni fra i capolavori della letteratura dello sterminio, è un libro eccezionale, che riesce a fondere l' assoluto dell' orrore - sempre qui e ora, presente e bruciante, eterno davanti a Dio - con la complessità della storia, la relatività delle situazioni e i limiti dell' intelligenza e della comprensione umana. I turisti che visitano il Lager, la guida che si guadagna il pane illustrandolo (mostrando ad esempio un tavolo di dissezione sul quale un professore universitario di Strasburgo effettuava vivisezioni e prove batteriologiche sui deportati, specialmente ma non soltanto zingari) o due innamorati che si baciano davanti al reticolato turbano il sopravvissuto in modo stridente. Ma - con la sua classica capacità di afferrare la totalità - Pahor subito dice a se stesso «che è puerile voler trasferire questi due innamorati nel mondo di una volta. Come non avrebbe senso chiedersi a chi, allora, sarebbe mai venuto in mente che un giorno qui avrebbero passeggiato coppiette innamorate. Noi eravamo immersi in una totalità apocalittica, nella dimensione del nulla; quei due invece galleggiano nella vastità dell' amore, che è altrettanto infinito, e che altrettanto incomprensibilmente signoreggia sulle cose, le esclude o le esalta». Con questo grande libro Pahor affronta il tortuoso incubo della colpa (quantomeno sentita come tale) del sopravvissuto, di chi è tornato; incubo che tanto sembra aver pesato sul grandissimo Primo Levi, quando diceva che chi è tornato non ha visto veramente a fondo la Gorgone e chi l' ha vista non è tornato. (...) Necropoli è un ritratto a pieno campo e allo stesso tempo stringato - mai patetico - della vita (della non-vita, della morte) nel Lager. Un possente afflato umano coesiste con una nitida e fredda precisione, in una perfetta struttura narrativa che interseca il racconto del passato - della prigionia, rivissuta nel perenne presente dell' orrore - e il resoconto del presente, della rivisitazione molti anni dopo di quegli inferni bonificati e divenuti museo e memento di se stessi, non senza le ambiguità implicite in questo sempre incerto superamento ufficiale del passato. Necropoli è un' opera magistrale (se è lecito usare giudizi estetici per una testimonianza del male assoluto) anche per la sua limpida sapienza strutturale, per l' intrecciarsi di tempi - verbali ed esistenziali - che intessono il racconto. In un libro in cui non c' è la minima sbavatura vi sono momenti particolarmente indimenticabili: le sequenze cinematografiche della collettiva («multicefala») massa dei detenuti sotto il getto d' acqua delle docce, la rasatura del pube che assimila i prigionieri a cani che si annusino a vicenda, le tenaglie che trascinano gli scheletri su cumuli di altri scheletri, i dettagli del lavoro o delle cure prestate dai detenuti-infermieri come lo stesso autore, le forche per le impiccagioni, gli stratagemmi per salvarsi applicando un cartellino con un altro nome all' alluce di un cadavere, i deliri dei morenti; la bocca sempre urlante dei tedeschi assurta a caratteristica antropologica, il ciarpame di fetida biancheria dei morti purtuttavia preziosa per i vivi, il silenzio del fumo che esce dai camini; l' esigenza di ordine che paradossalmente permane pur nell' esecuzione dell' infame lavoro forzato, il segreto egoismo nell' aiuto prestato a un condannato con il sollievo di non essere al suo posto, i miserabili e benvenuti baratti di cicche e croste di pane fra i prigionieri; l' abiezione storica divenuta squallore cosmico, vuoto assoluto. Momenti sbalzati davanti all' eternità con possente poesia, come quelle due ragazze che incrociano casualmente per strada la fila dei dannati e nemmeno se ne accorgono, li eliminano dal loro sguardo, come se su quella strada ci fossero soltanto la neve e la bella giornata di sole. Oppure il sorriso di un bambino che si affaccia alla finestra mentre in strada passa quella fila di vittime e sorride; un sorriso innocente, ma «anacronistico» al pari del sole che splende alto nel cielo. O, ancora, quel condannato che prima di essere impiccato sputa in faccia ai carnefici - talora basta uno sputo sul viso di qualcuno per lavare lo sporco dal volto del mondo. Boris Pahor è sopravvissuto. Non posso penetrare il suo cuore, ma sembra essere uscito da quella necropoli veramente vivo, nel pieno senso del termine; irrimediabilmente segnato ma non umanamente mutilato né spento; integro, a differenza di altri - anche di altri grandi scrittori - passati attraverso quell' inferno. Forse deve in parte quest' integrità alla sua vitalità, alla sua confidenza - che egli fa risalire alle sue origini popolari - con la fisicità elementare della vita, che gli permette di non sentirsi a disagio «a contatto con il marciume, con le feci e con il sangue». Questa forza, questa armonia con lo scorrere anche lutulento dell' esistenza e con la materia - fragile, talora repellente ma talora anche cristianamente gloriosa - di cui siamo fatti diventano fraterna assistenza a quei poveri sudici corpi accanto a lui, da lavare pulire e seppellire. Boris Pahor lo fa e lo narra con asciutta precisione fattuale, senz' alcun pathos umanitario. Perfino in quella necropoli tale resistenza umana è una speranza. Per sé e per gli altri. Chissà se, come dice la Scrittura, le ossa umiliate - tutte le ossa umiliate - un giorno esulteranno. Una voce slovena dalla città dei morti Il brano pubblicato in questa pagina è una sintesi della prefazione scritta da Claudio Magris per il libro «Necropoli» (Fazi, pp. 281, euro 16) dell' autore sloveno Boris Pahor. È la prima versione italiana realizzata da un editore di rilievo nazionale. In precedenza l' opera era uscita presso il Consorzio culturale del Monfalconese * * * Nato nel 1913 a Trieste, dove risiede, Boris Pahor (nella foto) fu deportato durante la guerra in un Lager nazista Più volte candidato al Nobel, nel 2007 ha ricevuto in Francia la Legion d' onore Oltre a «Necropoli» ha scritto diversi libri, tra cui «Il rogo nel porto», «La villa sul lago» e «Il petalo giallo», tutti editi in Italia da Nicolodi

Claudio Magris

Pagina 33
(3 febbraio 2008) - Corriere della Sera

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sabato, 31 gennaio 2009

GLI OCCHI DI LUCIO. Conversazione con Lucio Dalla e Marco Alemanno

a cura di Fabio Francione

Lunedì 2 febbraio 2009 - ore 18

Provincia di Lodi. Sala dei Comuni. Via Fanfulla 12 26900 Lodi

L’intera carriera di Lucio Dalla sembra srotolarsi sulla vischiosità temporale dell’esistenza quotidiana contemporanea. Infatti e in principio, pur scegliendo come forma d’arte immediata la canzone, Dalla, a differenza di altri cantautori e interpreti, è riuscito a creare tante deflagrazioni nei suoi "treminutitre" da far implodere interi mondi sonori e lirici. In questo paradosso, di certo, il tempo ha la sua parte. Preponderante. E considerato sempre un attimo dopo il presente: da "4 marzo 1943" (un inizio oggi da autofiction, allora forse non consapevole: è la data di nascita di Lucio Dalla persona non ancora "Lucio Dalla" artista [più che cantante e musicista Dalla è e si sente artista]) passando per "1999", "Il motore del 2000", "L’anno che verrà", "1983", "Il 2000, un gatto e un re", fino a "2009 (le cicale e le stelle), Dalla per rapportarsi al mondo pare aver spostato le lancette del suo orologio artistico sempre verso il dopo. Un "dopo" sì interrogativo, ma mai apocalittico. Anzi, di certezze ce ne sono anche troppe. Il suo sguardo non è mai retrospettivo, è antologico, mai però uguale, ogni avventura che intraprende – restando al dopo 2000 è impressionante la mole di lavoro realizzata tra cd, concerti, tour teatrali, regie liriche, televisive, recital – rappresenta una specie di continuum temporale della sua poliedrica attività. Stornando dalla carriera i pionieristici anni della costruzione del successo (i favolosi anni sessanta che contrapposero il Dalla canzonettaro, partecipante ai tanti Sanremo e ai musicarelli ad un Dalla capace di recitare in un film ancor oggi complicato come "I sovversivi" dei fratelli Taviani), gli anni settanta che passarono in un battibaleno dall’impegno "civile" della collaborazione con il poeta Roberto Roversi (i tre album e lo spettacolo "Il futuro dell’automobile" anticipano molto del Dalla del 2000) all’affrontare la fase più propriamente cantautorale iniziata con "Come è profondo il mare" ed esplosa negli anni ottanta con gli album eponimi "Lucio Dalla" e "Dalla". Consolidatasi con l’epocale "Caruso" e raffreddatasi con gli album degli anni novanta (un nuovo vaglio critico di album come "Henna", "Canzoni", Ciao sarebbe utile). Tornando alla fine degli anni settanta, è di quel tempo il buddy-buddy tour "Banana Republic" con Francesco De Gregori. La pellicola, girata da Ottavio Fabbri e prodotta da Alfredo Bini (lo scopritore del Pasolini regista), resta tutt’ora un esempio insuperato di film musicale all’italiana. Ma, è sempre il cinema subito da Dalla come "morte al lavoro" – ancora il tempo, la durata, la vischiosità dell’immagine filosofica e virtuale, pur sempre data dalla fisicità della pellicola - nei suoi mestieri di compositore, autore di canzoni, attore a far da cassa di risonanza, banco di prova sperimentale di tutti i lavori realizzati fino all’ultimo e in collaborazione con Marco Alemanno, attore e dal 2004 fondamentale sodale artistico di numerose imprese teatrali e musicali, "Gli occhi di Lucio". Curiosamente, ma non troppo, in quest’opera, la tripla somma di dvd+libro+cd della confezione a cofanetto si verifica contraddittoriamente nella divisione dei supporti. Infatti, tutto farebbe supporre che il libro sia uno script del dvd e il cd sia il soundtrack di quest’ultimo. Non è così: "Gli occhi di Lucio", tra montaggi d’autore, scritti autobiografici, ricordi, pezzi d’occasione e estratti sonori è già il film che Dalla sta girando. Da molto.

Fabio Francione

extra/1

Tosca amore disperato. Fuga di Angelotti; Luce dei miei occhi; Il suicidio; Il finale

Futura; Nuvolari; Com'è profondo il mare (Lucio Dalla e i Tiro Mancino)

 

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mercoledì, 29 ottobre 2008

Critica, poetica, politica
in Antonio Piromalli

CONVEGNO NAZIONALE DI STUDI
Cosenza - Maropati - Reggio Calabria

6 - 7 - 8 NOVEMBRE 2008

scarica programma

Venerdì 7 novembre 2008

MAROPATI (RC) Auditorium Comunale

ore 10.00

Fabio Francione, critico cinematografico

"La letteratura è una lima sottile". L'officina politica e culturale di Antonio Piromalli

 

 

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